Saremo forti

Saremo forti, noi. Forti come l’erba che cresce ovunque, come l’odore del mare quando sta diventando inverno, come il vento di montagna che sferza la faccia.

Saremo forti, come fili sottili che non si spezzano, e verdi come il tempo che si ferma a guardarci giovani, senza cambiare.

Saremo forti, di urla con la stessa voce e passi della stessa lunghezza e mani che si tengono insieme perché da soli non si va. Da nessuna parte.

Saremo forti, noi. Forti come il pensiero di resistere tenendo tese le braccia nel nostro sforzo finché i muscoli non cederanno.

E anche allora che le nostre braccia avranno ceduto, non cederà il nostro pensiero.
Saremo forti lo stesso. Più forti di prima.

(canto rivoluzionario alawita)

I botti di Capodanno – fino all’ultima esplosione

Nonostante la crisi, quell’anno in quella città avevano comprato tutti un’enorme quantità di fuochi d’artificio. Anzi, avevano comprato decisamente troppi fuochi d’artificio. Erano così tanti che avrebbero potuto far saltare in aria interi edifici. Palazzine, scuole, caserme.

Marco Airone poggiò il petardo proprio al centro della strada, poi si allontanò correndo. La deflagrazione fu piuttosto forte, tanto da scalfire lievemente l’asfalto e far tremare i vetri della finestra di Giancarlo Missoni. Giancarlo Missoni se ne stava con espressione imbronciata a guardare fuori. Si decise, e nonostante si fosse imposto di non sparare botti fino a mezzanotte, andò in camera sua a prendere uno dei suoi petardi. Lo piazzò anche lui al centro della strada, davanti al portone del palazzo Marco Airone. Si allontanò con aria disinvolta ma misurando accuratamente i passi per essere certo di essere abbastanza lontano al momento dello scoppio. L’esplosione fu più forte di quella di prima. Un frammento di asfalto schizzò contro una vettura. Stavolta a tremare furono i vetri di casa Airone. Si affacciò il padre di Marco che agitò il pugno fuori ed emise un gutturale: “E che cazz’, Marco, fall’ verè tu comm’ se sparano e’ bott” (“Che diavolo, Marco, mostragli tu come si sparano i botti”).
Marco Airone tornò dentro casa e scese nel seminterrato, dove teneva i petardi più importanti, in attesa della mezzanotte. “Che importa se ne sparo qualcuno un po’ prima?” si disse. Da una cassa prese due cilindri della grandezza di una bottiglia ognuno e li portò su. Li mise a una certa distanza dalle auto, usò una parte della miccia per legarli insieme, poi accese e scappò.
L’esplosione proiettò frammenti di plastica e asfalto in aria e uno di questi colpì il finestrino di un’auto, che rimase danneggiato. Si attivarono quattro antifurti e una colonna di fumo denso si alzò verso il cielo.

Giancarlo Missoni si aspettava l’esplosione, ma fu spaventato dalla forza. Non ricordava di aver mai sentito uno scoppio tanto potente. Ma poteva essere da meno? Semplice: no. Anche per quel Capodanno aveva fatto la spesa con tutta la famiglia. L’ansia della crisi aveva dato a ogni acquisto un brivido in più, ma alla fine non avevano speso meno degli anni precedenti.
Migliaia di euro, ogni membro della famiglia li aveva conservati per tutto l’anno, per continuare la tradizione. Persino il piccolo Eugenio che anni prima ci aveva perso una mano, e tutti lo chiamavano ancora piccolo anche se ormai aveva 35 anni.
Giancarlo Missoni prese quattro grandi forme piramidali unite da un filo da cui pendevano come luci natalizie dei cilindri. Corse in strada, le stese al centro, proprio davanti al palazzo del vicino, e le accese. Si allontanò di corsa e rimase ad aspettare oltre l’angolo, le orecchie tappate.
Le piramidi esplosero una a una, con un ritmo scandito dagli altri botti che le univano. E all’esplodere di ognuna delle piramidi saltava in aria il finestrino di un’auto, mentre l’ultima era ancora più grande e nell’esplodere deformò completamente una portiera.

Mentre gli antifurti del quartiere impazzivano, Marco Airone perdeva la testa per l’affronto. Non tanto per quell’auto danneggiata o per il suo pitbull che quasi stava impazzendo, quanto perché i botti del vicino avevano superato i suoi. Questa sì che era una sfida.
Allora che fece Marco Airone? Aprì una cassa da cui prese tre grandi cilindri e li andò a mettere al centro della strada, come sempre. Li accese tutti e tre, uno alla volta e così il primo scoppiò una manciata di secondi prima e il secondo cadde e spinse il terzo, ed entrambi rotolarono per pochi centimetri, ma quanto bastò perché finissero proprio sotto a un’auto. E così ci fu l’inevitabile. Con i botti saltò in aria anche l’auto, che era proprio quella di Giancarlo Missoni e che nell’esplodere fece  unboato immenso perché nel bagagliaio c’erano almeno altri tre chili di polvere esplosiva tra petardi e miniciccioli.

Allora Giancarlo Missoni corse fuori dal palazzo, si fermò qualche istante a guardare quel che rimaneva della sua auto, il capo chino. Poi sollevò gli occhi e sul viso aveva un ghigno,  e iniziò a gridare:”Siii, si! Ho vinto io! Supera questo se ci riesci!”. E così dicendo si era appropriato dell’esplosione in realtà scatenata dagli esplosivi del vicino.
Marco Airone allora corse in casa, prese una cassa e vi mise dentro rauti, cipolle, monster, un pallone di maradona e persino la botta dell’anno, lo spread. Uscì di casa e aprì il cancello del garage in cui teneva parcheggiata la sua auto, una golf nera super accessoriata. Con calma sciamanica poggiò la scatola mortale sul sedile posteriore e avviò il motore. Fece il giro dell’isolato e arrivato all’inizio della sua strada si fermò. Prese una cipolla e la legò al pedale dell’acceleratore per tenerlo schiacciato, poi la accese e lasciò il freno. L’auto partì di botto e lui si lanciò fuori dalla portiera. Due secondi dopo, l’esplosione. Stavolta ancora più forte. Lo scoppio della cipolla aveva fatto esplodere gli altri fuochi e poi l’intera auto, che si era andata a schiantare contro un’altra auto parcheggiata , a sua volta esplosa.
“Allora che mi dici? Ti ho superato?” chiese Marco Airone, rialzandosi trionfante dall’asfalto, circondato da fumo e macerie.

Giancarlo Missoni non ci poteva credere. Era stato davvero superato. Allora si decise a chiudere la partita. Portò tutti i fuochi d’artificio rimasti, tutti i petardi, tutto il materiale esplosivo nel soggiorno di casa sua. Poi creò una scia di petardi che da lì andava al balcone, legandoli tutti a una sola lunga miccia. Infine, per essere sicuro, aprì tutti i fornelli del gas. Si mise sul balcone e diede il via alla scarica.

L’esplosione fu così grande che i vicini chiamarono i pompieri e arrivarono anche la polizia e dei giornalisti. E Giancarlo Missoni si godette tutta la scena dall’alto, mentre piano piano se ne andava vittorioso in cielo, dopo aver chiuso per sempre, ma da vincitore, la gara col vicino.